martedì, 07 febbraio 2006

 

Parte Terza (prima parte - seconda parte)

English Version: Il Forno


Ore 11:00. Jordì Herrera, impegnato a Milano nella disperata ricerca del quinto elemento, ossia un essenziale ingrediente per presentare il suo piatto è sostituito dal giovane Alfredo Russo. L’esordiente chef del Doce Stil Novo esordiva sul palco di Identità Golose con un insolito quanto riflessivo tema: La difficoltà di fare bene le cose normali.

 

Il punto di partenza della sua cucina è la quotidianità e la sorprendente capacità dello chef di sorbire l’intero territorio piemontese attraverso la vista, il profumo e i suoni più famigliari per poi declinarli e anteporli alle tradizioni italiane in una veste del tutto contemporanea per una cucina moderna più nei concetti che nell’uso della tecnologia in cucina.

La pasta “griffata” presentata come entrée delle sue ricette è realizzata attraverso la classica tecnica della pasticceria, utilizzata per scrivere lettere e parole sulla sfoglia, in questo caso, l’utilizzo del nero di seppia compone il nome del ristorante di Russo facendo da contrappunto cromatico alla sfoglia gialla. Nemmeno lo stile informale della classica ricetta di pasta alle vongole resiste al revisionismo gastronomico di Russo, per un piatto di cucina “normale” griffato nel vero senso della parola.

 

Diversificazione, cura di ogni dettaglio, apertura verso nuovi concetti di consistenze: E' la frittata. Le uova, destrutturate in una salsa di uova strappazzate vengono arricchite da carciofi cotti a bassa temperatura. A conferire il gioco dei contrasti tra il morbido e il croccante, dei semplici crostini di pane. Il risultato? Una frittata pop declinata in forme e geometrie dell’arte.

 

Anche il tema dell'insalata “Russa” riproposta da “Russo” gioca sui temi delle consistenze ma rispetto al precedente piatto è un gioco al contrario. Ogni singolo ingrediente è posto tono su tono quindi, morbido su morbido, composto di gelatine e creme. Non solo linee severe o ingredienti castigati ma anche trasparenze sia nelle consistenze che nelle forme. Il metissage culturale di Russo ha prodotto una gastronomia prelibata e molto varia...si dice che da lui il mondo si ritrova in cucina...tra tante tradizioni molte rivisitazioni, in stile contemporaneo ovviamente...
"la mia cucina si pone l'obbiettivo di non voler stupire perché l'importante è cucinare per le persone, senza farsi condizionare dalle mode anche se i piatti possono essere interpretati a diversi livelli di complessità”. Incoerenza o provocazione che sia, Alfredo Russo resta un occasione per riflettere.

 

Ore 11.40. Per il pubblico è stato uno degli interventi più belli e interessanti di tutta la giornata di lunedì. E’ Massimiliano Alajmo, l’enfant prodige della ristorazione italiana, il più giovane chef europeo a conquistare le due, e successivamente le tre stelle Michelin a presentare: La ritessitura del cacio e dei vegetali.

Il Mozart dei fornelli ha dimostrato alla platea il suo eccellente talento visionario. Le ricette mandate in onda in un filmato hanno soddisfatto più sensi: udito, vista, olfatto. Percettibile anche una flebile percezione del tatto. Geometrie monumentali eppure essenziali; linee precise eppure fluide, questo il pensiero del grande chef per gli gnocchi di provola e tartufo in brodo di gallina.

Mentre le immagini del filmato scorrono lentamente in due unici colori declinati nel bianco e il nero, nella sala l’aria si declina di fragranze al pepe misto e basilico, opportunamente diffuse per ricreare umori e ricordi della tavola. Alternati da melodie musicali “glunge” l’esecuzione delle ricette vengono spiegate con un approccio pacato e minimalista, ricercato, raffinato, understated...il mood è quello british che trasversalmente ripropone miti e riti, e...a proposito di riti, la percezione del tatto viene incredibilmente percepita dalla manualità di esecuzione della ricetta dove a sorpresa, la sfoglia di provola cotta al vapore, stesa e farcita, formano saccottini da mozzare nell’acqua come vere e proprie mozzarelle.

Oltre l’ovvio verrebbe da dire, la modernità di Alajmo incarna il concetto di creatività italiana e incanta l'Europa che sempre più apprezza il suo sguardo “atemporale” nei confronti della cucina, con un unico grande scopo: quello di ironizzare.

Lontano dalle facili e volubili tendenze e mirato piuttosto a una costruzione quasi sartoriale di linee e dettagli, anche il pomodoro e la cipolla di Tropea possono essere trasformati in sfoglia: basta ridurli in purea e cuocerli nel forno a vapore per ricavarne ravioli da farcire con ripieni vari. Il risultato? Trasparenze visive e gustative. Una grande performance quella di Alajmo, capace di proiettare la cucina italiana sull’alta qualità, muovendosi tra classico, informale e avanguardia dove si affilano le armi del mestiere recuperando la tradizione come elemento creativo.

postato da: muccapazza28 muccapazza alle ore 14:39 | Permalink | commenti (8)
Commenti
#1   07 Febbraio 2006 - 15:46
 
Quella è Roberta Corradin, simpaticissima giornalista inutile (come dice lei...a me, che sono un produttore inutile)
Si era scolata una bottiglia di champagne intervistando uno di questi semidei della cucina. Poi è partita verso il palco ridendo e dicendo "Cazzo devo presentare..." ed è sparita, cantando felice. Fortissima ragazza.
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#2   07 Febbraio 2006 - 15:48
 
Mucca,
quel piatto l'ho mangiato in "condizioni normali" e Massi.Max lo conosco da sempre...con "sguardo atemporale" penso Tu abbia azzeccato in pieno il personaggio.
Complimenti.
Sararlo.
utente anonimo

#3   08 Febbraio 2006 - 20:39
 
Chi ha fatto la spia??????
:-)
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#4   09 Febbraio 2006 - 02:14
 
La cronaca di Mucca su questi 2 chef è talmente incisiva e intrigante che se, come ho ragione di credere anche per analoghe opinioni di altri, concetti e aggettivi corrispondono alla realtà MI CHIEDO PERCHE' MAI SU QUESTI AUTORI CI SIA IL SILENZIO STAMPA, perché non siano loro il modello, il punto di arrivo di chi muove i primi passi nel campo della ristorazione in Italia, perché tanti cuochetti di belle speranze si affannino a comprare sifoni o bustine di vari composti chimici per sferificare i salti di scimmia.
Un sospetto ce l'ho: per fare i suoi ravioli, per esempio, Alajmo usa della banalissima cipolla di Tropea. Il "trucco" sta nel "manico" (e nella disponibilità di personale per realizzare un prodotto così laborioso). Sono due cose che non si possono vendere in barattolo.
Pia
utente anonimo

#5   09 Febbraio 2006 - 09:38
 
Pia, il talento lo si ha o non lo si ha, non si può comprare.
Tuttalpiù ci si può aiutare con un po' di sano e volentoroso marketing e qualche techno.gadget
Mozart è Mozart...Abbado o Muti lo possono solo eseguire o interpretare al meglio.
Sararlo.
utente anonimo

#6   09 Febbraio 2006 - 23:58
 
Lo so. Però, evidentemente, c'è chi riesce a venderlo. Il che non significa che riesca pure a trasferirlo ...
Pia
utente anonimo

#7   10 Febbraio 2006 - 01:13
 
Pia, provo ad azzardare una risposta abbastanza ovvia.
Per tanti cuochetti è più facile lanciarsi su sifoni e bustine di vari composti chimici piuttosto che inventare qualcosa di personale. I cuochi sono affascinati dal nuovo ma soprattutto dall’effetto sorpesa…….!
Su quali modelli pensi che cerchino di ispirarsi i giovani cuochi? La risposta è abbastanza banale: Sui cuochi più famosi ed Adrià rientra nella categoria degli chef più copiati dell’intero pianeta. Non a caso la rivista del Times ha inserito Ferran Adrià nella lista dei 100 personaggi più influenti al mondo.
Magari ci sarebbe da chiedere come mai uno chef come Alajmo che è stato il più giovane chef a conquistare le due e poi le tre stelle michelin non abbia la stessa influenza del cuoco catalano. Entrambi hanno uno stile di cucina molto personale ma alla base hanno lo stesso concetto che accomuna entrambe le cucine: L’avanguardia.

Non saprei spiegare quali siano i meccanismi che possano far si che un cuoco diventi più popolare (e mediatico) di un altro, ma sono certo che se Alajmo fosse stato in Francia, Spagna o Inghilterra la sua fama sarebbe stata molto più incisiva nel gastro-globo. Con questo non voglio dire che Alajmo non sia conosciuto all’estero, di certo non metterei la mano sul fuoco che sia più popolare di Adrià. Purtroppo come spesso accade in Italia non si è capaci a valorizzare quello che si ha.
E poi c’è sempre un vecchio detto: l’erba del vicino è sempre più verde. Purtroppo sono in pochi a guardare ad un concetto di avanguardia gastronomica con un apertura mentale che vada oltre alle facili apparenze. Riproporre spume, gelatine o destrutturazioni non credo che sia nulla di inventivo perché si ripropongono metodi di lavorazione in cui raramente si sviluppano idee proprie, e se non sopportate dalla conoscenza di una grande tecnica, persino i sifoni ed i composti chimici possono ribellarsi…..

Pierangelini ha avuto il coraggio di proporre dei piatti che ruotassero attorno ad un uovo. Non credo che il suo intervento sia stato seguito con la stessa attenzione con il quale sia stato seguito Adrià. Eppure credo che se a sorpresa si facesse preparare a un giovane cuoco due uova se ne vedrebbero delle belle.

A identità golose non so se abbiano partecipato dei giornalisti stranieri, personalmente mi auguro che ci fossero perché era una bella occasione per far conoscere (o incuriosire) la cucina italiana, che grazie ad alcuni chef, quali Pierangelini, Alajmo o Fusari non ha nulla da invidiare a quella di altri interpreti mondiali.

Mucca
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#8   10 Febbraio 2006 - 06:42
 
Per Mucca.
Ogni uomo è un mix di varie componenti, un po'come un piatto.
Possiamo parlare di talento, di ambizione, di interiorità, di cultura, di, di & di.
Io, forse superficialmente, Adrià l'ho conosciuto. Massimiliano Alajmo lo conosco molto bene, anche oltre i fornelli.
Ebbene, l'uno è Ferran Adrià.
L'altro è Massimiliano Alajmo.
Credo che, entrambi, siano contenti di essere quello che sono.
Sararlo.
utente anonimo

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