lunedì, 13 febbraio 2006

Parte Quarta (Prima Parte - Seconda Parte - Terza Parte)

English Version: Il Forno

Milano. Ore 15:00, Palazzo Borsa: appuntamento con l'alta cucina. Creativa, esagerata, d'avanguardia, la cucina spagnola sembra continuare a calvacare l'onda mediatica che travolge fornelli, cuochi, giornalisti, semplici curiosi, ma si sa, l'alta cucina rimane sempre un terreno fertile dove poter sperimentare, osare, immaginare cose che a volte sono capaci di trasformarsi in vere e proprie tendenze. Per questo motivo ci sono personaggi che non hanno bisogno di presentazioni, uno di questi, è Ferran Adrià.
Inserito dal Times tra i 100 personaggi più influenti del globo, Adrià ad ogni stagione si trasforma in un vero delirio creativo sucitando perennemente mugolii di consenso: tra fascino, genialità, provocazione.

La grande innovazione gastronomica fondata da personaggi come Adrià sopravvive grazie alle nuove generazioni di chef spagnoli, che cresciuti nella sua corte, sono a loro volta capaci di compiere un percorso che sia in grado di affascinare e provocare, realizzando "opere chic" rigorosamente di prima classe; creazioni, sulle quali si basa il nuovo concetto di gusto contemporaneo deliniando un flebile confine tra realtà, scienza, cucina. Trattasi per l'appunto di cucina di nicchia, sopratutto concentrata tra i paesi baschi e catalani, che non preserva ad ogni costo la territorialità del prodotto ma cerca per quel che può di distinguerla per il grande lavoro artigiano che c'è dietro, e anche se la cucina spagnola di ultima generazione si diverte sempre più ad utilizzare ingredienti passando da un paese all'altro, plasmandoli sia fisicamente che metaforicamente, riesce pur sempre a salvaguardarene il sapore primordiale.

Rispetto al passato la cucina di Adrià ha rafforzato i rapporti con gli scienziati e l'industria alimentare: spume e destrutturazioni non sono altro che una piccola parte della cucina del Bulli, e se gli emulsionanti o i gelatificanti sono un cavallo di battaglia già noti e copiati in tutto il pianeta, gli sferificanti entrano di diritto nel laboratorio del cuoco del XXI secolo. E già incuriosicono, facendo sognare le cucine più creative del globo...e non solo.

Ma la partecipazione di Adrià a identità golose è stata l'occasione per presentare il suo Decalogo, ossia, 23 rigorosi punti che attualmente definiscono la filosofia del Bulli. Tra scienza, tradizione e provocazione, il cuoco catalano è stato ancora una volta in grado di far parlare di se, ed il suo stile, che di certo non è una novità, è assodato che contagerà molti, se non altro per la sorprendente capacità di interpretare un ingrediente in mille modi diversi, declinando alcune preparazioni ad una realtà tutt'altro che scontata. Nel futuro la cucina sarà sempre più libera: non ci saranno più spartiacque e gerarchie fra dolce e salato, ingredienti ricchi e poveri, diversi tipi di portate......

Decalogo:
1. La cucina è un linguaggio mediante il quale si può esprimere armonia, creatività, felicità, bellezza, poesia, complessità, magia, humour, provocazione.
2. Si dà per certa l’utilizzazione di prodotti di massima qualità, cosi come la conoscenza delle tecniche per elaborarli.
3. Tutti i prodotti hanno il medesimo valore gastronomico, indipendentemente dal loro prezzo.
4. Si utilizzano preferibilmente prodotti vegetali ed ittici, predominano inoltre i latticini, la frutta secca ed altri prodotti che nel loro insieme configurano una cucina leggera. Infine, si fa uno scarso uso di carne rossa e di volatili di grossa taglia.
5. Per quanto si modifichino le caratteristiche del prodotto (temperatura, consistenza, forma ecc.), l’obbiettivo è di preservare sempre la purezza del suo sapore originale, salvo nei processi che prevedono cotture prolungate o nei casi in cui si ricerchino sfumature risultanti da reazioni come quella di Maillard.
6. Le tecniche di cottura, sia classiche, sia moderne, sono un patrimonio che il cuoco deve saper sfruttare al massimo.
7. Come è successo nel corso della storia nella maggior parte dei campi della evoluzione umana, le nuove tecnologie sono uno strumento per il progresso della cucina.
8. Si amplia da famiglia dei fondi e, insieme a quelli classici, si utilizzano fondi più leggeri che esercitano la medesima funzione (acqua, brodo, consommé, succo de verdure chiarificato, latte di frutta secca ecc.).
9. Le informazioni trasmesse da un piatto si apprezzano per mezzo dei sensi; come pure si apprezzano e razionalizzano con la riflessione.
10. La stimolazione dei sensi non è solo gustativa: si può giocare ugualmente con il tatto (contrasti di temperature e consistenze), l’olfatto, la vista (colori, forme, trompe l’oeil ecc.), con ciò i sensi diventano uno dei nostri punti di riferimento al momento della creazione.
11. La ricerca tecnico-concettuale è il vertice della piramide creativa.
12. Si crea in équipe.
13. Si cancellano le barriere tra il mondo dolce ed il mondo salato. Importanza del mondo gelato salato e della cucina fredda in generale.
14. Si rompono gli schemi della struttura classica dei piatti: tra gli antipasti e i dolci c’è un’autentica rivoluzione che ha molto a che fare con la simbiosi, nei secondi piatti si abolisce la gerarchia “prodotto-contorno-salsa”.
15. Si potenzia un nuovo modo di servire il pasto.
16. L’autoctono come stile è un sentimento vincolante al territorio.
17. I prodotti e le elaborazioni di altri paesi si sottomettono al proprio criterio di cucina.
18. Esistono due grandi rotte per raggiungere l’armonia di prodotti e sapori: per mezzo della memoria (destrutturazione, collegamenti con l’autoctono, reinterpretazioni, ricette moderne precedenti), o per mezzo di nuove combinazioni.
19. Punti di contatto con il mondo e il linguaggio dell’arte.
20. Il concepimento delle ricette è pensato in modo che l’armonia si esprima in piccole razioni.
21. La decontestualizzazione, l’ironia, lo spettacolo, la performance, sono assolutamente lecite, purché non siano gratuite ma rispondano o si colleghino ad una riflessione gastronomica.
22. Il menù degustazione è la nostra espressione nella cucina d’avanguardia. E’ una struttura viva e soggetta a cambiamenti. Si dipana attraverso concetti come snack, tapas, morphings, ecc.                       
23. La conoscenza e/o la collaborazione con esperti di differenti campi (cultura gastronomica, storia, design industriale, scienza) è basilare per la nostra evoluzione.

La calca di folla che ha presenziato all'intervento del cuoco catalano è la tangibile dimostrazione di quanto Adrià fosse uno dei cuochi più attesi della giornata di lunedì.
Fra le tecniche illustrate, Ferran Adrià si è soffermato sull’importanza della liofilizzazione, che consente di esplorare le consistenze croccanti e secche nel campo del salato. Il caramello all’olio di oliva, prodotto da 3 persone in un’ora, testimonia come Il Bulli resti saldamente ancorato ad una dimensione di artigianalità.

Nonostante la dimostrazione di artigianalità, hanno incuriosito e spaventato alcuni prodotti industriali necessari per plasmare ingredienti, decodificandoli definitivamente in nuove realtà gastronomiche. Tanto da suscitare in platea una doverosa puntualizzazione da parte di Enzo Vizzari (curatore responsabile della guida espresso): "Ferran, sarebbe opportuno affermare che l'utilizzo di queste tecniche e la presentazione dei prodotti che permettono la liofilizzazione degli ingredienti non è appannaggio di tutti. E' doveroso dirlo, altrimenti domani corriamo il rischio che tutti si mettano a liofilizzare l'inimmaginabile senza essere avere le conoscenze tecniche per farlo".
Lo chef spagnolo si è scusato, dichiarando che non è colpa sua se molti chef si lanciano nell'uso di prodotti industriali per adeguare i propri stili di cucina a quelle di altri.
Dopo tutto, Adrià è solo una delle 100 persone più influenti del globo e a quanto pare, eletto a furor di popolo proprio dai suoi colleghi.

Ore 16:10. E' la Grecia ha fare l'ingresso nella cucina d'autore.

Christofor Peskias accoglie la sfida di far conoscere una cucina ellenica incentrata sul territorio, declinata sulla memoria gustativa del passato e sulla importanza della pianta simbolo dell'olivo. E sembra convincere.
A dispetto della raffinatezza che contradistingue il concetto base dell'alimentazione mediterranea contemporanea per stile di sapori conosciuti e apprezzati in tutto il mondo, le creazioni di Peskias si rivelano tutt'altro che conformiste.
La presentazione dei piatti del nascente astro greco si sono dimostrati con risultati vari e interessanti e soprattuto, costanti nella sua sua idea di fondo.

La versione moderna dei pomodori ripieni di riso è un piatto che sembra essere declinato in infinite sfumatore e disegni, tanto da offrire l'impressione che gli ingredienti prendano vita dalla natura in cui sono nati, creazione, che non manca di certo di colpo di scena, come il tocco orientalista della varietà di riso utilizzata e per questo, fonte ispiratrice della forma: il sushi. E' un piatto sofisticato, decisamente originale, che farà breccia nel cuore e nel palato di molti gourmet in pellegrinaggio gastronomico verso la Grecia.

Le illusionistiche uova al pomodoro, composte di gelatina di tuorlo d’uovo, succo di carota sferificato a somiglianza del tuorlo ed erbe ripassate, sono la tangibile testimonianza della filosofia che contraddistingue la cucina di Peskias: rivisitare i classici con forme e tecniche moderne, senza però dimenticare i procedimenti e le materie prime della tradizione femminile e casalinga.

Una cucina che non sente più l'esigenza di mostrare la propria natura sotto forme usuali, e proprio per questo, vissuta come occasione per ridefinire la gastronomica grecia attraverso nuove guide che mettono in scena l'eccesso, e al contempo la fragilità, della nascente e contemporanea cucina ellenica. Il capostipite di questo nuovo movimento è Peskias e per questo è già da considerare come un artista dei fornelli a 360 gradi ma il futuro gastronomico della grecia è solo agli albori....

postato da: muccapazza28 muccapazza alle ore 01:06 | Permalink | commenti (19)
Commenti
#1   13 Febbraio 2006 - 10:21
 
myspace

utente anonimo

#2   13 Febbraio 2006 - 10:22
 
ci riprovo...
ciao mio gastronomo preferito


myspace


utente anonimo

#3   15 Febbraio 2006 - 00:09
 
Mi sta venendo l'orticaria ... sono arrivata al punto che mi basta sentir pronunciare le parole spuma, sferificazione, gelatina, bassa temperatura e mi copro di bolle ... Io, che sono sempre stata favorevole, anzi entusiasta, ai cambiamenti di qualsiasi tipo, curiosa e aperta alle novità rischio di apparire agli occhi di chi mi legge la "bigotta della cucina".
Mucca, sono abbastanza esausta per il discutere di Adrià, i cuochi che lo copiano (...ooops ... si ispirano), cucina e industria, tradizione e innovazione.
Mi sono spesa abbastanza sul GR ... che faccio, copio-e-incollo e ti posto il "polpettone" pure qui?
Pia
utente anonimo

#4   15 Febbraio 2006 - 01:23
 
Posta pure il polpettone è un po’ che non leggo il forum del GR e quindi sono curioso di conoscere anche la tua opinione in merito alla partecipazione di Adrià a Identità Golose. Conoscendo l’entità succulenta dei tuoi post ti dispiace se lo posti alla moda di una degustazione in tante piccole portate?

Per il momento mi son divertito a leggere in internet molte prese di posizione (alcune, veramente assurde e mal argomentate, ma si sa, l’importante è parlane) e i deliri di Camillo Langone, che nell’articolo pubblicato su Panorama non ho ben capito se abbia messo in bocca alcune parole agli chef oppure gli stessi pensavano davvero quello che hanno affermato.
Ad un certo punto sembra che Adrià abbia fatto venire l’orticaria a molti, se non a tutti.

Mucca
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#5   15 Febbraio 2006 - 01:29
 
Io devo ancora capire se l'orticaria me l'ha fatta venire Langone o i cuochi italiani che ha citato nell'articolo
Igles
utente anonimo

#6   15 Febbraio 2006 - 03:23
 
pietro mucchina anche se del cazzo hai un invito a un meme alora?
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#7   15 Febbraio 2006 - 09:48
 
Et voilà! Partiamo con il menu degustazione! ;-)))

ANTIPASTI - SUCCESSIONE CASUALE DI MICROCAPSULE RIPIENE DI TAPAS LIOFILIZZATE

Alcuni dei concetti espressi da Adrià nel suo decalogo (ventitrealogo?) non mi sembrano così innovativi (basta un'infarinatura di storia della cucina per rendersene conto) e mi fanno specie gli «Ooohhhh!!!» di meraviglia di una platea che mi sembra pronta a bersi qualsiasi cosa in modo acritico, solo perché non si prende la briga di approfondire.

Non mi è chiaro il concetto di “massima qualità” a cui fa riferimento Adrià, soprattutto quando alla sperimentazione avviata nel Taller fa seguito l’applicazione commerciale.

Sgombriamo il campo da un possibile equivoco: non ce l’ho con l’industria. Anzi, sono convinta che “genuino” non significhi automaticamente “di buona qualità” o “sano”.

Tuttavia ritengo che l’alta cucina spagnola rischi un lento e triste declino sul piano della gastronomia, se legherà la propria evoluzione all’industria, diventandone dipendente. Mi auguro che all’Italia non capiti la stessa sorte, ma non sono ottimista in proposito.

Mi preoccupa quel che sarà della parte “debole” del comparto agro-alimentare, quella dei piccoli produttori, se non ci sarà qualcuno che, con voce “forte”, ne sosterrà il valore e richiamerà l’attenzione sul sapore, anzi sulla varietà dei sapori di uno stesso prodotto a seconda della varietà o della zona d’origine.

Detesto usare il termine “alta cucina” o “alta ristorazione”. Quando lo faccio è per semplificare. Preferisco “buona” cucina, perché ritengo che qualità e bontà degli ingredienti e del cibo trasformato non siano appannaggio esclusivo dei cosiddetti “grandi” ristoranti. I ristoranti “top” certamente esistono e si distinguono dagli altri per il tono del servizio e dell’ambiente, ma quando si guarda quel che c’è nel piatto o è buono o non lo è, indipendentemente dal fatto che si tratti di cucina tradizionale o creativa.

Ritengo che l’ECCELLENZA sia ciò che dovrebbe distinguere l’alta/buona cucina, praticabile in ristoranti di ogni ordine e grado, da quella offerta nella ristorazione più o meno di “servizio”.

Non ce l’ho con Adrià e non voglio negarne i meriti, tra cui quelli di essere un innovatore privo di pregiudizi e di aver aperto ampi spiragli alla creatività.

Mi preoccupa quel che fanno, o che faranno dell’alta cucina coloro che prendono Adrià a modello, limitandosi a copiare, invece di conoscere e capire (sarebbe come se un ragazzo con ambizioni artistiche si avvicinasse all’arte partendo dai tagli di Fontana …)

Non credo di appartenere alla categoria di persone che rifiutano a priori le novità. Mi piacciono, ma non a qualsiasi prezzo, non per il gusto della novità fine a se stessa. Sono contraria a chi sovverte le tradizioni senza conoscerle, senza capire che ogni novità, per affermarsi e diventare parte delle abitudini e dei comportamenti sociali, ha origine dall’evoluzione della società stessa.
Pia
utente anonimo

#8   15 Febbraio 2006 - 10:04
 
a me Pia l'orticaria me la fanno venire quelli che criticano senza aver mai mangiato al Bulli. un vecchio adagio del giornalismo dice che per scrivere di ippica non è obbligatorio essere stati un cavallo, ma qui siamo a livello di ristorazione, è un tantino diverso.
quando io vedo che in Panorama viene preso a esempio Suban, mi viene in mente quel personaggio che, esasperato, gridava "vi meritate Alberto Sordi per tutta la vita".

ho una proposta: perché qualcuno non prova ad allestire un congresso con Suban e compagnia panoramica e poi vediamo l'effetto cheffà?
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#9   15 Febbraio 2006 - 10:06
 
questo post è solo per fare i complimenti a Mucca per la qualità assoluta del suo lavoro, un'oasi di intelligenza nell'arido panorama internettiano
B-R-A-V-O
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#10   15 Febbraio 2006 - 12:00
 
Per Paolo Marchi:
Non ho capito se sono io che ti faccio venire l'orticaria o Langone.
Se è Langone, mi trovi d'accordo. Da come è impostato l'articolo non si capisce se le dichiarazioni siano state rilasciate ad hoc dai cuochi o se sono libere interpretazioni dell'autore. Se fossi nei loro panni sarei seccatissima.
Ma come si fa a definire Oldani "un giovanotto molto pratico" (?!) ... senza nulla togliere a Liuzzi, alle prese con affumicati e napoletane, perché non citare allora Fasolato, che è stato, se non sbaglio, l'"inventore" dell'uso alternativo della caffettiera ... come si può confondere la "leggerezza" con l'apporto calorico (vedi il testo "dedicato" a Suban) ... come si può negare che il lavoro di Adrià sia fondato sul gioco di squadra ... Potrei continuare, non c'è un punto del decalogo di Langone che non sia criticabile.
Se invece l'orticaria te la faccio venire io, non capisco perché :-(((.
Cavallo no, ma credo di potermi definire almeno fantino :-), e poi non critico di certo IG, per il quale ti sono invece grata, perché consente di riflettere e discutere su temi di attualità e di mio personale interesse.
Pia
utente anonimo

#11   15 Febbraio 2006 - 12:10
 
scusa Pia ma mi sembrava molto chiaro e non capisco come tu abbia potuto pensare che mi riferivo a te, in fondo nutro lo stesso dubbio di Igles e, cmq, era un discorso generale sulla difficoltà di parlare di cucina in maniera civile e con un pizzico di preparazione da parte dei più, senza che spunti qualcuno che tira in ballo il sifone o la grandezza della cucina italiana che non ha nulla da imparare
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#12   15 Febbraio 2006 - 12:22
 
Fiuuuu, meno male!!! Sono contenta :-)

Allora posso continuare tranquilla con il mio polpettone ... ;-)
Pia
utente anonimo

#13   15 Febbraio 2006 - 13:41
 
Segue il menu degustazione ...

SECONDO SERVIZIO (METTIAMO IN PANCIA QUALCOSA DI PIU’ SOSTANZIOSO)

NOVITA’ ?! (UN ASSAGGIO ACIDULO)
Il messaggio del “ventitrealogo” è forte, non tanto per i contenuti, alcuni dei quali sono discutibili se si volesse applicarli a realtà diverse dal El Bulli, quanto soprattutto per l’eco mediatica che scatena.
Perché nessuno rileva che «cancellare le barriere tra il mondo dolce e il mondo salato» o «… rompere gli schemi tra la struttura classica dei piatti: tra gli antipasti e i dolci c’è […] simbiosi, nei secondi piatti si abolisce la gerarchia “prodotto-contorno-salsa”. L'antipasto si fonde col dolce, al secondo non dobbiamo affiancare il contorno» è un’idea talmente innovativa da risalire addirittura al Medioevo o alla cucina dei Romani??!!?? Adrià probabilmente lo sa, perché è un tipo meticoloso nel documentarsi, ma gli altri?!
Ohi, ragazzi … la successione antipasto-primo (per gli italiani)-secondo-contorni-dolce (salato-salato-salato-dolce in un crescendo di intensità e struttura) è un’usanza relativamente recente, risale ad una rivoluzione iniziata in Francia tra il Sei e il Settecento. Prima di allora vigeva la totale anarchia dei sapori e il dolce e l’agro-dolce dominavano sulle tavole, almeno di quelle di coloro che si potevano permettere di cospargere tutto (dalle verdure al pesce, dai cereali alle carni) di miele prima e di zucchero poi.
Perché nessuno dice che l’èspesso è solo un’operazione di marketing (o meglio, marchétting, all’italiana), commissionata ad Adrià da Lavazza? Non la condanno certo, fa parte del gioco del mercato ma perché nessuno dice che non migliora la percezione della qualità del caffè … anzi?! In altri tempi si sarebbe chiamato mousse, spuma o spumino al caffè e nessuno sarebbe andato in deliquio.

Non vorrei essere fraintesa: non intendo denigrare o sminuire ciò che Adria ha fatto. Il mondo ha bisogno di qualcuno che superi le consuetudini e che sia curioso, aperto, coraggioso e abile, come è lui. Però, anche i geni ogni tanto cappe@@@no e, se nessuno glielo fa notare, rischiano di convincersi di aver sempre ragione e poi di convincerne gli altri. Come ha detto Albiston, “viene un po’ il sospetto che negli ultimi anni Ferran si sia frollato nell'estetismo e nella tecnica. Per me che lavoro nell'ambito della ricerca scientifica, Adrià ricorda uno di quegli scienziati che si é innamorato della sua ricerca nel metodo e ha perso di vista il risultato finale che cercava all'inizio.”

QUALITA’ (BOCCONCINI ASSORTITI AGRODOLCI)
Adrià parla di «utilizzo di prodotti di massima qualità» (definita in base a quali criteri?), di «preservare la purezza del sapore originale» (di quale origine?).
La giovane e ingenua Fanella, pasticcera da Cracco prima, ora in staff da Adrià, si è lasciata sfuggire un «…certo, sarebbe meglio usare frutta fresca, ma con questa [conservata] possiamo lavorare senza problemi tutto l’anno». E’ questo un prodotto “di massima qualità”??!! Non c’è dubbio che usa prodotti INDUSTRIALI di massima qualità … però il termine “massima qualità” per me ha un significato nettamente diverso, che ha a che fare con il palato e non con le comodità operative.
Non avrei obiettato, non senza aver assaggiato, almeno, se avesse detto: «Uso questo prodotto perché è realizzato con tecniche tali da non consentire al palato più esperto di distinguerlo da quello fresco».

Il grande patrimonio a cui un cuoco può attingere, le infinite sfumature aromatiche della materia che utilizza, si perdono. Forse proprio per questo gli sforzi creativi puntano oggi sull’effetto scenografico (però succedeva anche nel Medioevo – corsi e ricorsi della storia …), sull’imprevedibilità di ciò che ci si infila in bocca, sul “trompe-goût”, se mi si passa il termine. Viviamo in una società che si può permettere il lusso di godere prima con gli occhi, e dunque conta molto la composizione estetica nel piatto, ma per quanto importante, non può essere l’obiettivo principale del lavoro di un cuoco.

Di sapore se ne trova troppo spesso troppo poco in CIBI (perché questo comunque sono) quando le sfumature di gusto proprie di ciascun ingrediente vengono soffocate da qualcos’altro. Prima c’erano le lunghe cotture, giustificate da tanti motivi funzionali, siamo passati nei secoli attraverso la speziatura eccessiva (per questioni di status sociale, soprattutto), le marinature esagerate, poi siamo approdati alla panna, al burro per dare lucentezza, alle salse legate con gli amidi, usate per “nappare” tutto e farlo scomparire. Oggi rischiamo di saltare a piè pari il periodo, post nouvelle cuisine, della ricerca e dell’analisi del sapore proprio degli ingredienti, per inglobare vari cibi in sostanze gelatinose o addensanti. E se di sapore ne hanno poco già all’origine?
Pia
utente anonimo

#14   15 Febbraio 2006 - 17:31
 
Per Pia,
Come immaginavo il tuo polpettone è bello succulento cerco di risponderti a puntate e queste mie osservazioni riguardano la parte iniziale del tuo polpettone.

I Puntata del processo ad Adrià :-)
Entra in aula la difesa dell’imputato….

E’ vero che alcuni concetti espressi nel decalogo di Adrià ed alcune sue tecniche non hanno nulla di innovativo, di fatto non gli si può riconoscere di essere stato il primo a sfruttare degli strumenti già in uso (non propriamente nell’ambito della cucina) abbinato allo spolvero di alcune ricette “geniali” ma entrate per molti nel dimenticatoio, tipo il gelato di Parmigiano. Un gelato salato che probabilmente quando fu inventato venne considerato eresia, mentre oggi è una realtà consolidata in molte cucine. Ma non ne sono sicuro che sarebbe stato così se Adrià non lo avesse proposto nei suoi piatti.
Gli “Oooohhh” di meraviglia da parte del pubblico mi lasciano nel dubbio. Non capisco mai se siano dovuti alla scoperta di qualcosa di nuovo o per gli eventuali utilizzi (scopiazzamenti) che in molti ne possano fare nelle cucine.

Personalmente trovo che non ci sia nulla di male tra il legame di uno chef con l’industria. Anzi, credo che alcuni suggerimenti da parte di una persona competente e qualificata quale un grande chef (non obbligatoriamente Adrià) possano di molto migliorare la qualità di alcuni piatti distribuiti nella grande distribuzione sempre che si trattino di “prodotti” destinati al consumo del pubblico..Certo, il cappuccino liofilizzato non rientra in questa categoria, la vedo più come un prodotto commissionato dalla Lavazza e ritengo che Adrià abbia fatto proprio bene a prendersi i soldi per quell’invenzione. Credo che tutta la categoria degli chef se pagati e sponsorizzati da un industria inventerebbero qualcosa…..anzi, cosa non farebbero per soldi….come se poi in Italia non esistano casi del genere, magari è sorprendente che se lo fa uno spagnolo tutti stanno a gridare allo scandalo mentre se lo fa un italiano tutti rosicano di invidia….

Se invece la tua perplessità è dovuta alle scatolette magiche inventate da Adrià in grado di promettere miracoli gastronomici per realizzare piatti nei ristoranti a base di lustrini e paillettes, allora sono pronto a discuterne più ampiamente, a priori non mi sento di condannare qualcuno che inventa qualcosa e mette a disposizione la sua “scoperta” o “brevetto” alla stragrande maggioranza dei cuochi.

Non credo nemmeno che il legame tra la cucina spagnola e l’industria possa portare un declino della stessa cucina basca o catalana che sia. Come ha detto Bolasco nell’intervista pubblicata sul GR non si possiede una sfera di cristallo in grado di stabilire e conoscere il futuro. Tutto dipenderà da come i cuochi più rappresentativi della Spagna vorranno giocarsi le carte.

Non mi starei neanche a preoccupare del comparto agro-alimentare spagnolo. A detta di molti, a El Bulli i sapori originari delle materie prime restano tali, cambiano solo le forme, le consistenze ed il modo di degustare, d'altronde anche Alajmo ha dato una forma e una consistenza diversa al piatto di pasta presentato a Identità Golose ma nessuno ne ha parlato o ne ha gridato al genio.
Io credo che una buona cucina, tradizionale o innovativa che sia, parta da un eccellente materia prima, e finché ci saranno chef che saranno in grado di accaparrasi il meglio dei prodotti senza stravolgerne o alterarne il sapore, il mercato agro-alimentare spagnolo o italiano avrà da che sopravvivere.

Mi trovi pienamente concorde sul fatto che ti possa preoccupare più gli emuli di Adrià: ossia, chi si mette a sifonare, gelatificare, o lifiolizzare qualsiasi ingrediente che gli passi tra le mani.
A El Bulli c’è una storia, un pensiero ed un lavoro che a mio avviso stanno bene in quel contesto, certo, se alcune tecniche di lavorazione inventate da Adrià possono aumentare e valorizzare ulteriormente un prodotto e quindi un piatto, ben vengano, ma quando si riducono ad inutili esercizi sterili per apportare il cosiddetto effetto speciale allora proprio non ha senso.
Ma del fenomeno che vede Adrià come lo chef più copiato del pianeta non gliene ne faccio una colpa. Mi è piaciuta molto la puntualizzazione di Vizzari, ossia, far affermare allo chef spagnolo che alcune tecniche di preparazione ed i prodotti che servono per realizzarle non sono ad appannaggio di tutti gli chef”.
Per questa osservazione in internet Vizzari si è preso del cattivello. Personalmente ho trovato la sua osservazione giusta, in particolar modo considerando che riveste il ruolo di curatore responsabile di una guida e chi meglio di lui è in grado di percepire quali possano essere i futuri tormentoni che ci attendono nei piatti?
Ma da qui a condannare Adrià ce ne passa….

Direi che dopo questo intervento la corta si può ritirare….

Mucca

P.s.
Sull’articolo di Camillo Langone uscito su Panorama dedicherò un post sul Gastronomo non appena avrò terminato il reportage di Identità Golose, argomentando quella sorta di decalogo strampalato e le presunte affermazioni degli chef che inutilmente l’hanno farcito.
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#15   16 Febbraio 2006 - 02:22
 
Per Pia (in risposta al suo secondo polpettone).
La corte può rientrare in aula….

Sicuramente il decalogo di Adrià può essere obiettato in diverse voci, in particolare se applicato a diverse realtà di El Bulli, ma non credo che Adrià volesse imporre il suo “ventitrealogo” come la bibbia del mangiare mondiale. I 23 punti che sono stati presentati a Identità Golose e Madrid Fusion prima, spiegano quali siano le filosofie che contraddistinguono l’attuale lavoro e concetto di cucina che caratterizzano El Bulli.

Se una persona sussulta per il fatto che Adrià abbia rotto le barriere tra il mondo dolce e il mondo salato» o «… rompa gli schemi tra la struttura classica dei piatti: tra gli antipasti e i dolci» peggio per lui, evidentemente non ha guardato bene quello che accade in casa sua, o comunque, è molto poco attento nell’utilizzo di ingredienti che una volta erano ad appannaggio della pasticceria mentre da un po’ sono presenti in tutte le partite della cucina. E questo accade da molto prima che Adrià presentasse il suo decalogo.

Personalmente non credo che Adrià abbia “cappellato”, anzi, si sta spingendo sempre più avanti intermini di ricerca, e non penso che abbia perso di vista il risultato finale che cercava all’inizio come ipotizzato da Albiston, ci crederei solo se gli ingredienti che usa nel piatto non avrebbero conservato il loro sapore originario dopo la loro “trasformazione”. Magari non tutte le portate del suo menù degustazione potranno essere divine o eccellenti (per gusto, associazioni di sapori o altro) ma resto del parere che ci voglia uno chef che abbia voglia di sperimentare, e di certo, non si può negare che Adrià non svolga il suo lavoro con metodo, tecnica e dedizione, poi i risultati potranno piacere o meno, quello è indiscutibile. Dove Adrià sarà in grado di arrivare non lo so, per il momento ritengo che abbia fatto un ottimo lavoro di sperimentazione in cucina. Qualcuno prima o poi sarebbe arrivato a questo punto, e c’è arrivato un cuoco spagnolo ma in realtà, volendo, poteva arrivarci qualsiasi altro cuoco e se a sperimentare a questi livelli fosse stato un cuoco italiano?

Credo che il commento di Fannella te lo sia abbondantemente argomentato da sola con questa frase: “La giovane e ingenua Fanella”.
Io non ho assistito al suo intervento ma siamo certi che la frutta conservata fosse un prodotto industriale? Proprio a nessuno è venuto il dubbio che si potesse trattare di una conserva realizzata in casa? Perché se si trattasse di un prodotto realizzato in casa non avrebbe nulla di industriale, semmai strizzerebbe l’occhio all’artigianato. Anche Cedroni produce conserve e se assaggiate ci si rende immediatamente conto della differenza di quelle industriali.

E chi ha detto che il patrimonio a cui un cuoco può attingere, le infinite sfumature aromatiche della materia che utilizza, nella cucina creativa rischiano di perdersi? Se in una cucina creativa i sapori originari vengono mantenuti tali non vedo come possa accadere la perdita di queste infinite sfumature aromatiche della materia prima, sempre che il pubblico sia in grado di riconoscere e apprezzare la qualità di una materia prima. Ma poi serve a tutti i costi fare cucina creativa per far perdere questa caratteristica alle materie prime? Considerando quello che capita di mangiare in giro per l’Italia direi proprio di no, almeno considerando i disastri con il quale capita di imbattersi in cucine di stampo tradizionale o mediterraneo. Anche un comunissimo branzino alla griglia può essere rovinato se non si conoscono le tecniche nell’uso della griglia. E del fritto? Ne vogliamo parlare? Lunedì scorso quasi resto ammazzato da una frittura mista….

Tuttavia, se il Times ha inserito Adrià nella lista dei 100 uomini più influenti al mondo un motivo ci sarà, il rischio di restare affascinati dall’uso di sostanze gelatinose e addensanti rimane ma chi non avrà una tecnica sulle spalle rischia di fare un tonfo che farebbe sorridere parecchio Adrià, perché una delle sue frasi che più mi è rimaste in presso è questa: “Prima di lasciar sfogo alla creatività la tecnica dev’esser perfetta”. Che dire, parola di Para Guru!

Mucca
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente muccapazza28

#16   17 Febbraio 2006 - 14:50
 
Io porrei una domanda....
ammesso e non concesso che in Italia avessimo un genio del genere , secondo voi avrebbe il successo che lui ha?
Cioè si potrebbe ipotizzare che l'Italia torni ad essere trendy agli occhi del mondo,percui il prossimo Gualtiero Marchesi possa avere la spinta per far da traino ad un movimento enogastronomico mondiale?
Io penso che se lui si chiamasse (ipotesi) Davide Scabin avrebbe una bella voglia a sifonare.....
Senza nulla togliere aal cuoco straordinario quale è!!!


Alessandro

utente anonimo

#17   17 Febbraio 2006 - 17:27
 
Mucca, nessun processo a Adrià ... ci mancherebbe altro. E' indubbio che sia un personaggio eccezionale (il che non significa che sia immune da errori).
Il suo essere genio e creativo l'ha dimostrato non tanto per quello che ha fatto, quanto per averlo pensato. E' anche abile, senza sottintendere quella sfumatura di "furbesco" che assume talvolta il termine italiano, abile nel senso inglese di "skillful" (dotato di più abilità) perché ha saputo dare un metodo alla creatività, trovare i mezzi economici, circondarsi di una squadra di esperti dei campi più disparati anche lontani dalla cucina, mettere a frutto il suo lavoro e le sue intuizioni, anche commercialmente.
Il processo sono più propensa a farlo a chi lo copia senza sapere o a chi lo osanna (o lo critica) senza capire.
Poi che io mi senta più vicina al creativo istintivo, piuttosto che al creativo metodico, pur considerandoli entrambi geniali è un'altra faccenda ...
Pia
utente anonimo

#18   19 Febbraio 2006 - 08:30
 
C'entra 'ncazzo col tuo post...
Ma tra un'ora vado a comprare una vecchia poltrona da camino in pelle di vacca rossa...è davvero uno spasso...
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente bacco

#19   24 Febbraio 2006 - 19:17
 
Thanks Mucca,
I enjoyed reading this and the translation from Il Forno.It is inspirational for all people interested in food and taste and origins.
utente anonimo

Commenti

categoria:eventi enogastronomici |